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Translation Studies: informazioni

Un nuovo approccio traduttivo.

Origine dei Translation Studies

Negli anni Settanta i due principali filoni di ricerca che si erano delineati nel campo della traduzione erano da un lato gli studi incentrati su problemi prevalentemente letterari, dall’altro quelli che cercavano un approccio “scientifico” e respingevano soluzioni alogiche e soggettive. A intervenire in questa situazione di contrapposizione furono alcuni studiosi dei Paesi Bassi e del Belgio che presero le distanze sia dalle “teorie” della traduzione sia dalle “scienze” della traduzione e coniarono l’espressione “Translation Studies” per proporre un approccio alternativo nuovo. Gli studiosi di quei paesi ne sapevano di più sulla traduzione rispetto a studiosi di altri paesi, questo perché le nazioni più piccole con pochi abitanti che parlano lingue “minori” dipendono dalla traduzione per la loro stessa sopravvivenza commerciale, politica e culturale, quindi non deve stupire che nuove idee o almeno un nuovo punto di vista sulla questione si sia sviluppato proprio qui. I Translation Studies iniziarono proponendo di sospendere i tentativi di definire una teoria della traduzione per concentrarsi unicamente sul testo da tradurre e sulle procedure traduttive da attuare. Oggetto di studio diventava lo stesso testo tradotto. Il nuovo metodo tuttavia, non manca di certo di aspetti teorici perché, come diceva Andrè Lefevere, linguista belga e uno dei più importanti teorici della traduzione della seconda metà del ventesimo secolo: “L’obiettivo della disciplina consiste nell’elaborare una teoria generale da usare come direttiva per la produzione di traduzioni”. Ma Lefevere e i suoi colleghi olandesi/fiamminghi proposero che la disciplina si occupasse prima degli aspetti specifici della traduzione e poi formulasse una teoria sulla base di ciò che aveva scoperto, tentarono quindi di evitare prescrizioni preordinate, fisse e immutabili, restando aperti alla continua autocritica e a nuovi sviluppi.

Il contributo di James Holmes

Fondatore e principale membro della corrente, la cui opera può essere considerata rappresentativa è James S. Holmes, poeta e traduttore americano. Egli definisce quattro tipi di approccio traduttivo, ognuno dei quali in rapporto diverso con l’originale, ma si astiene dal favorirne uno, perché ciascuno di essi determina una serie di possibilità e ne esclude altre. A differenza dei grandi traduttori del passato sostiene che nessuna traduzione di nessun testo sarà mai uguale o equivalente all’originale quindi, una volta che il traduttore ha scelto il suo approccio traduttivo, il testo comincerà a produrre regole proprie determinando così le scelte successive e questo non senza incorrere in costi; nel corso della traduzione si dovranno effettuare cambiamenti che costituiranno sempre deliberate deviazioni dall’originale. Tali decisioni non sono né giuste né sbagliate, ma giuste e sbagliate al tempo stesso perché precludono e offrono sempre delle possibilità, bloccando certe strade, ma al contempo dando vita a nuove relazioni.

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